Ilaria Alpi, per non dimenticare.

Il 20 marzo 1994 Ilaria Alpi e Miran Hvrovatin vengono brutalmente assassinati con colpi alla testa da un comando di sette persone. I colpevoli e i mandanti a distanza di 19 anni sono ancora ignoti. Nel 2004 è stata formata una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hvrovatin, presieduta dall’onorevole Carlo Taormina. Le commissioni parlamentari si creano ogni qualvolta si vuole coprire la verità, come in questo caso.
Quello che segue è un capitolo della mia tesi di laurea decidicato a Ilaria Alpi, del dicembre 2010.
Per mesi sono stata completamente travolta dalla lettura di documenti e dalla visione di servizi televisivi di e su Ilaria Alpi e ricordo la fatica che ho fatto nel passare alla scrittura. Fatica sia perchè non sono riuscita a descrivere come avrei voluto Ilaria Alpi reporter di guerra, ma anche perchè la rabbia verso le istituzioni che avevano coperto gli assassini mi toglieva energie e concentrazione.
La rabbia c’è ancora oggi, insieme a tanta energia per non dimenticare.

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Ilaria Alpi

1.1. La formazione.

Ilaria Alpi nasce a Roma il 24 maggio del 1961. Manifesta la sua passione per il giornalismo a soli tredici anni, quando <<alle scuole medie segue lezioni di giornalismo e fa piccole interviste per il quartiere>>[1].

Alpi si laurea con il massimo dei voti all’Università La Sapienza di Roma in Lingue e Letterature Straniere Moderne, specializzazione in arabo. Sono solo diciotto studenti a frequentare quel corso di laurea, infatti l’arabo in Italia è una lingua che in pochi conoscono. Ottiene delle borse di studio finanziate dall’Egitto, dove per tre anni studia presso l’università islamica e perfeziona la lingua araba. <<La sua formazione professionale è caratterizzata da un profondo interesse per l’Africa e la sua cultura>>[2], per questo motivo studia le lingue, in particolare l’arabo.

Inizia la sua carriera nel luglio 1987 come corrispondente da Il Cairo per la redazione di Paese Sera. Dal 1988 al 1989 è nella redazione Cultura de l’Unità e cura la rassegna stampa dal Medio Oriente per “Italia Radio”. Inoltre collabora con “Il Manifesto”, “Noi donne” e “Rinascita”.

Nel 1990 la madre, Luciana, la informa di un concorso Rai per giornalisti, alcuni posti sono lottizzati e lei, che non appartiene a nessun partito, ottiene il posto grazie alla sua bravura. Dal marzo 1990 viene assunta a Rai Sat, e a fine anno si trasferisce al Tg3, alla redazione esteri. È  inviata a Parigi, in Marocco, in Somalia, a Belgrado e Zagabria. Accetta tutti i servizi che le propongono e ci mette tutta la sua professionalità, perché ama il suo lavoro. È una giovane giornalista che lavora in un importante redazione televisiva nazionale. Spesso deve spiegare al telespettatore complicate questioni di carattere internazionale e lo fa in modo semplice e efficace. Non si limita a presentazioni da esperta del paese o della materia in questione, ma trasmette anche emozioni, per questo è una brava giornalista.

Lavora spesso in Africa e la sua missione è quella di presentare <<un’altra prospettiva nel guardare al mondo africano, criticando l’atteggiamento degli occidentali, sempre pronti a giudicare l’oriente con i proprio parametri, partendo dal presupposto che la cultura dell’Ovest è migliore e più giusta. Di loro diceva: “Visitano questi paesi come se andassero allo zoo, rifiutandosi di capire”. Per lei invece capire era essenziale, anche le forme più estreme di quelle culture, come l’integralismo islamico, che negli ultimi tempi della sua vita ha studiato per comprendere che cosa vi fosse alla radice di quel movimento>>[3].

Il suo intento è proprio quello di riscattare il popolo africano da quei preconcetti che da secoli li caratterizzano come arretrati. Alpi conosce la loro cultura e vuole dimostrare come spesso le colpe di tale arretratezza sono dei dittatori africani e di tutti quei politici dell’Occidente che li finanziano.

Dal settembre 1992 viene inviata per ben sette volte in Somalia. <<Ama profondamente il popolo somalo, gira molto per la città, dà voce alla gente, alle donne>>[4].

Il 12 marzo 1994 torna a Mogadiscio questa volta con l’operatore Miran Hvrovatin per seguire l’operazione ONU “Restore Hope” e le vicende del contingente italiano Ibis, che fa parte dell’operazione internazionale Unisom. Un legame particolare la lega alla popolazione somala, testimoniata anche dalla fierezza con cui indossa i braccialetti fatti dalle donne somale.[5]

Il 20 marzo 1994 Ilaria Alpi e Miran Hvrovatin vengono brutalmente assassinati con colpi alla testa da un comando di sette persone. I colpevoli e i mandanti a distanza di sedici anni sono ancora ignoti. Nel 2004 è stata formata una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hvrovatin, presieduta dall’onorevole Carlo Taormina. Le commissioni parlamentari si creano ogni qualvolta si vuole coprire la verità, come in questo caso.

1.2. I servizi in tv.

Ilaria Alpi è una reporter di guerra di un telegiornale nazionale del servizio pubblico, il TG3. I servizi televisivi durano pochi minuti, Alpi deve gestire il poco tempo a disposizione per raccontare i conflitti e prepara <<servizi che scavano nel profondo dell’anima, che sul piano tecnico sono ineccepibili e arrivano sempre puntuali per l’editing e la messa in onda>>[6].

Alpi è precisa, fornisce informazioni dettagliate e utilizza un linguaggio comune. La sua voce dolce, spesso fuoricampo, racconta fatti cruenti di morte. Morte di civili inermi, di militari e di colleghi.

Nel 1994 è a Belgrado, in Bosnia c’è la guerra e Alpi racconta al pubblico del Tg3 l’estrema conseguenza di un mestiere sempre più messo in discussione: <<Reporter di una guerra senza un fronte chiaro, una differenza netta tra buoni e cattivi. Sono ormai sessanta i giornalisti, fotografi e teleoperatori morti in due anni e mezzo di conflitto in Bosnia, eppure si continua a partire>>[7]. Non si limita alla mera cronaca, ricostruisce i fatti e fornisce al telespettatore una visione completa della situazione, spesso tragica ma senza  esagerazioni o sensazionalismi: <<Per qualcuno si tratta di una missione, non è più un semplice mestiere tante sono state le polemiche sul ruolo della stampa nel conflitto, ma l’occhio della telecamera è stato spesso l’unico modo per testimoniare>>[8].

Alpi è una giornalista televisiva che, quando è possibile, rifiuta gli stand up, perché non le importa di comparire in video. Non è una giornalista televisiva per esibizionismo, ma perché solo la televisione ha quel potere di poter arrivare al più grande numero di persone possibile. Ad essere protagonista nei suoi servizi è sempre la notizia ed è a questa che preferisce lasciare la scena. Nei servizi che vanno in onda frequentemente di Alpi si intravede solo la mano che regge il microfono all’intervistato, oppure passano le immagini accompagnate dalla sua voce. Una voce rassicurante, dolce che cozza con le immagini e i fatti che racconta. Alpi è una giovane giornalista decisa e appassionata, che mette sempre a proprio agio l’intervistato, chiunque esso sia: dal medico che lavora negli ospedali di Mogadiscio ai bambini che incontra nelle scuole, dalle donne che intervista per fare inchieste sulle mutilazioni femminili ai potenti uomini della guerra come il capo di Mogadiscio Nord, Ali Mahdi. È attenta e curiosa, ha sempre con se un bloc-notes in cui appunta le notizie e prepara i suoi reportage. Alpi ha <<Uno stile nitido fatto di pudore e antidivismo, proprio nell’epoca dell’immagine veicolata dalla TV spettacolo, ma che non rinuncia ad andare in fondo alle cose e ai problemi toccando le corde nascoste e spesso pericolose della verità>>[9].

La televisione non ammette un flop, nemmeno quando lo spettacolo che passa sullo schermo è semplicemente il racconto della realtà. E se la realtà non è funzionale allo spettacolo, la si piega e la si aggiusta a recuperarla nello specifico della rappresentanza Tv. La televisione, dunque, detta i tempi e i modi della propria narrazione. Il suo codice linguistico disegna l’identità [10].

Alpi non condivide la spettacolarizzazione che si fa della guerra in televisione,  appartiene infatti a un giornalismo d’inchiesta, rispettoso del pubblico e della notizia. Alpi ha infatti una concezione del pubblico diversa rispetto al pensiero dominante, non è per lei solo una massa inerme che subisce ogni informazione, ma anche un pubblico maturo e intelligente che pretende professionalità nell’informazione e che soprattutto è inappagato sentendo solo le solite storie di sesso, salute e soldi. Alpi lavora per quel telespettatore che vuole essere informato anche rispetto ai temi reali che colpiscono il Paese, tutti i Paesi. La regola delle tre “s” non è così universale come molti direttori vogliono fare credere, le cose iniziano a cambiare con l’inchiesta “Mani Pulite” e Alpi segue quella direzione.

<<Alpi non si limita alle dichiarazioni ufficiali e ai piani alti; più spesso scava alla ricerca delle ragioni e dei perché. Lei racconta la strada>>[11].

Mentre in Somalia tanti giornalisti conducono una campagna mediatica a favore del contingente americano in Africa, Alpi presenta un racconto inedito. Il telespettatore immagina che a contribuire alla ricostruzione della Somalia siano soprattutto organizzazioni non governative dell’Occidente, invece in un reportage per il Tg3 Alpi informa sull’operato di organizzazioni umanitarie islamiche:

Fuori dalle polemiche e dalle dispute politiche e diplomatiche a Mogadiscio, e in tutta la Somalia, lavorano le organizzazioni umanitarie islamiche. Le più note sono una quindicina: hanno scuole, ospedali, centri di distribuzione del cibo. È soprattutto il settore dell’istruzione quello nel quale investono la maggior parte delle loro risorse. Nel quartiere generale di Al-Dawa, cioè propaganda, il responsabile sudanese insiste invece sul carattere umanitario dell’intervento. Solo nel Nord est del paese a Bosaso sarà presto speso un milione di dollari  per strutture scolastiche, provenienza del denaro: Arabia Saudita. […] Valutare l’intero ammontare dell’ intervento dei paesi musulmani in Somalia non è possibile, sicuramente è ingente, solo a Mogadiscio provvedono a dar da mangiare a quattordicimila persone[12].

Alpi segue principalmente le vicende della Somalia e il suo compito è di raccontare cosa accade in questo Paese dilaniato dalla guerra civile. La Somalia è sotto il potere del dittatore Siad Barre, presidente somalo dal 1969 al 1991, anno in cui è estromesso. Segue una lotta per il potere tra contrapposti gruppi tribali. La situazione più tragica si verifica nella capitale, Mogadiscio. Il potere della città è conteso tra due leader, Mohamed Farrah Aidid e Mohamed Ali Mahdi, che lasciano Mogadiscio in mano ai propri eserciti tra carestia e paura.

Nessuno senza un motivo particolarmente valido passa da una zona all’altra. È un coprifuoco non dichiarato e ogni spostamento deve essere accuratamente organizzato, persino andare a una conferenza stampa con il coordinatore del dipartimento di stato in Somalia crea molti problemi, il mezzo di trasporto: un blindato italiano. L’albergo dista dal luogo della conferenza solo un chilometro, ma siamo a Mogadiscio Sud, zona di Aidid, e non è prudente muoversi senza scorta[13].

Alpi ricrea la pericolosità che si vive a Mogadiscio ricostruendo i suoi spostamenti lungo la città, divisa in due parti: una in mano ad Aidid e l’altra ad Ali Mahdi. A delinearne il confine una terra di nessuno molto pericolosa in cui si verificano gli scontri più violenti, la famosa Linea Verde. Dietro ai due signori della guerra ci sono gli Stati occidentali che forniscono loro soldi e armi in cambio di traffici illeciti all’interno di della Somalia. Alpi denuncia con forza questi rapporti di potere e lo fa direttamente dal campo, in Somalia, nei suoi servizi televisivi. Il suo obiettivo è trasmettere la verità e per questo deve sempre essere certa delle notizie. Alpi verifica le sue numerose fonti: militari, politici, gente del posto; persone che si fidano della sua serietà e professionalità.

Nel dicembre 1992 l’ONU invia in Somalia un contingente armato di 28.000 caschi blu, l’obiettivo è di arginare la carestia che colpisce il paese e bloccare la guerra civile. Sono racconti scomodi quelli di Alpi, che vengono raccontati mentre il telespettatore si trova a tavola con la famiglia e dopo una giornata intensa di lavoro non sono certamente storie che vengono ascoltate con piacere. Il telespettatore forse preferirebbe sentire storie che lo facciano sognare per evadere dalla realtà. Ma il mestiere di Alpi è di informare, non di compiacere il pubblico.

Per Mogadiscio è stata una giornata di sangue, dal mattino la zona sotto controllo del generale Aidid è stata martellata prima dai missili sparati dagli elicotteri degli americani, poi dalle mitragliatrici. L’atterraggio nell’albergo dei giornalisti, Al Sahafi, è uno spettacolo di guerra.  L’arrivo di alcuni mezzi militari fa degenerare la situazione. La sola vista dei distintivi dell’ONU scatena la rabbia, comincia una violenta sassaiola. Il nostro operatore Marco Silenti e due fotografi italiani, Danilo Malatesta e Cristiano Laruffa, sono coinvolti nello scontro.[…] Anche la più piccola speranza di mediazione è saltata. I morti tra i somali sarebbero una sessantina, come in un macabro rituale i somali li hanno portati tra le mosche e a malapena coperti di stracci […] All’interno si piangeva la morte di quattro colleghi. Nessuno oggi a Mogadiscio può cantare vittoria.[14]

Il Tg3 manda Alpi in Somalia per controllare il lavoro del contingente ONU e di quello italiano. La popolazione, fomentata dai capi locali, non accetta la presenza delle truppe e Alpi informa gli italiani sul fallimento dell’operazione Ibidis e Restore Hope.

Somalia, guerra civile da tre anni che ha gettato il Paese nel caos. Le cose vanno così male che   l’ONU ha deciso di sospendere la missione di polizia internazionale, l’avevano chiamata ridare speranza, e di ritirare i contingenti internazionali. Gli americani se ne sono già andati, gli italiani stanno partendo in quei giorni e il paese rimarrà nell’anarchia totale.[15]

<<Le sue tracce forti e delicate che>> segnano <<ogni evento, ogni frammento di immagine, ogni tentativo di dimenticare e di far dimenticare>>[16] sono accompagnate da immagini in sintonia con i testi, non vi è un prevalere dell’uno sull’altro. Ciò è frutto di un duro lavoro con l’operatore, con cui condivide, da Calvi a Hvrovatin, il modo di concepire il giornalismo, senza spettacolarizzazione della guerra.

Il giornalismo di Alpi racconta la tragicità e le ingiustizie. Questi fatti spesso cozzano con gli interessi politici, ma anche questo fa parte del suo mestiere. Nel marzo 1994 Alpi segue la ritirata del contingente italiano, in seguito al fallimentare intervento. Mentre tutti i giornalisti partono per Nairobi, Alpi sceglie di rimanere a Mogadiscio, vuole vedere la reazione della popolazione dopo la partenza degli italiani. Ha ancora tanto da raccontare, non vuole comportarsi come i contingenti militari che peggiorano la situazione nel Paese e poi se ne vanno lasciandolo ancora di più nel caos. Alpi non vuole abbandonare questa popolazione a cui è così legata, di cui vuole continuare a mostrare la forza di reagire all’ennesimo abbandono. Alpi ha sempre presentato al telespettatore non solo le disgrazie che questa gente subisce, ma anche piccoli spaccati di vita che rivelano la dignità di queste persone. Per questo motivo nei suoi servizi dà spazio anche fatti di quotidianità che, meglio di tante belle parole, descrivono la forza di un popolo; dall’escamotage trovato per passare una serata tranquilla,<<Non c’è elettricità se non quella dei generatori, abbastanza comunque per proiettare un film, spesso in italiano>>[17], agli incontri <<nei piccoli locali lungo le strade>> dove <<la gente si riunisce, beve tè e gioca a una specie di dama>>[18]. Sono racconti di vita banali, ma inaspettati in un Paese colpito dalla guerra.

Alpi propone un giornalismo diverso fatto di lavoro sul campo, ascoltando le esigenze della gente, incontrando i politici e militari somali, spesso discutibili figure se non addirittura dittatori. Intervistando Ali Mahdi, ex presidente ad interim della Somalia, lo presenta come uno dei <<fautori dell’intervento italiano nel paese>>[19] e lo scopo dell’incontro è capire come mai i rapporti tra lui e l’Italia si sono rovinati. Ali Mahdi non ha problemi ha svelarsi, è offeso dall’atteggiamento di Cassini, l’ambasciatore italiano a Mogadiscio.  Giuseppe Cassini infatti prende contatto anche con altre tribù somale, mentre all’inizio i rapporti erano esclusivamente con Ali Mahdi.

Alpi nei suoi reportage spiega come le logiche di potere, di spartizione del potere, si ripercuotono sulla popolazione. Gente che ha perso la famiglia, il lavoro, la casa e che continua a lottare.

Alpi rifiuta con forza l’idea di guerra come spettacolo e non si vuole sottoporre al processo di velocizzazione <<indotti dalla forte evoluzione tecnologica dei mezzi di trasmissione e di comunicazione>>[20], mantiene l’identità di inviato nella sua vera essenza <<fissata soprattutto dalla sua capacità di organizzare e articolare le notizie ricercate sul campo: un inviato non solo racconta un fatto, ma dà -a questo fatto- dimensione, profondità, senso, contestualizzazione>>[21]. Tutto ciò richiede un investimento di soldi e tempo, ma le redazioni investono sempre meno nelle inchieste. Alpi però crede nel giornalismo d’inchiesta, in quel giornalismo chiamato quarto potere, capace di controllare l’operato del potere politico e non vi rinuncia, mai.

1.3. I traffici in Somalia.

L’Italia nel 1992-1993 vive una stagione intensa di cronache giudiziarie conosciute in cronaca con il termine di “Mani Pulite”. Il lavoro di Alpi del 1994 segue questa direzione, continuando un lavoro di ricerca di tangenti anche nel settore della cooperazione. Lavorando in Somalia per tanto tempo ha modo di conoscere persone, informatori, che le danno conferma circa fatti che già da sola riscontra.

Nel periodo 1981-1990 vengono destinati dall’Italia migliaia i miliardi alla cooperazione italo somala. Il governo italiano, personificato nel premier Bettino Craxi, mantiene e incrementa il sostegno economico e politico a Siad Barre, presidente dittatore somalo. Craxi è stato processato dal pool di Mani Pulite per la questione di Tangentopoli mentre Siad Barre viene destituito e si allontana dalla Somalia. Alpi non fa altro che il suo mestiere, cerca di capire che rapporto ci fosse tra il Presidente del Consiglio italiano e il dittatore somalo, come sono stati spesi i tanti soldi destinati alla cooperazione  e soprattutto chi gestisce ora questi traffici, visto che Craxi e Barre non sono più al potere.

Alpi svolge un lungo lavoro d’inchiesta in cui, con tutta la sua ostinazione, non fa altro che la reporter: scava alla ricerca della verità. E continua a cercare, anche se il lavoro può essere pericoloso e può richiedere molto tempo. Perché l’inchiesta di Alpi parla di <<un mondo nel quale l’alta finanza può andare a lambire quello del riciclaggio di denaro sporco, l’imprenditoria può sfiorare il malaffare, la politica strizza l’occhio alla mafia e i traffici illeciti prendono il nome di business>>[22].

<<L’Affaire Somalia va indagato a fondo, mettendo a disposizione professionalità, tempo e risorse>>[23], Alpi è come ossessionata da questa storia, ogni posto in cui è inviata, dalla Bosnia alla Somalia, le fornisce dei piccoli tasselli per l’inchiesta. Alpi ha in mano troppi indizi, non le resta che trovare le prove.

Agli atti risulta che l’Italia ha donato cinque pescherecci e una nave frigorifero alla Somalia per un progetto di pesca oceanica. Nonostante la convenzione di Lomè del 1975, che stabilisce una cooperazione con l’Africa, la gestione della flotta Shifco è, già da prima della guerra civile, in mano ad un proprietario somalo con passaporto italiano, l’ingegner Omar Said Mugne. A che titolo un privato si impossessa e gestisce dei beni di uno Stato? Inoltre scopre che queste navi, che dovrebbero far da spola tra la Somalia e Gaeta, dal marzo 1992 girano facendo tappe a Gibuti, Zanzibar, Beirut, Abadan, Porsait, Sued (forse Tripoli) e di nuovo Beirut. Perché? Le navi Shifco, nome della società dei pescherecci, si occupano davvero di pesca oceanica? Questi sono tutti interrogativi che Alpi si pone e a cui, in qualità di reporter, si sente in dovere di trovare risposte. Quello che è certo è che alla Somalia, colpita dalla guerra civile e dall’instabilità politica, manca <<un’autorità statale in grado di fornire per la flotta Schifco le garanzie richieste>>[24].

In uno dei suoi taccuini si legge un annotazione: <<Che fine hanno fatto i 1400 miliardi della cooperazione italiana in Somalia>>[25].

È un lavoro d’inchiesta in piena regola, ma nelle redazioni giornalistiche, in particolare televisive c’è poco spazio per le inchieste, perché non ci sono soldi né tempo. Lei però vuole prima capire, poi raccontare, lo dice spesso. Per capire però ci vuole tempo e la televisione non ne ha. L’unica soluzione è quella di continuare a lavorare a questo caso in contemporanea con altre inchieste. Ha così la possibilità di andare in Somalia, raccontare la guerra civile, l’operato dell’ONU, la partenza del contingente italiano, ma allo stesso tempo anche di raccogliere interviste, dichiarazioni, prove.

Alpi lavorando in Somalia si è accorta che solo superflue parti dei fondi della cooperazione sono stati destinati all’istruzione o alla sanità, come è naturale che vengano investiti dei soldi in zone di guerra. Al contrario scopre che in un paese dilaniato dalla guerra civile, ingenti somme di denaro sono invece state spese per strutture inutili, come la Garoe-Bosaso, una strada che attraversa un zona desertica sottopopolata e che collega due città della Somalia, <<una terra di nessuno, dove il confine tra legalità e illegalità diventa labile>>[26].

E’ il 12 marzo 1994 quando Alpi e Hvrovatin arrivano a Mogadiscio, ad aspettarli all’aeroporto c’è Giancarlo Marocchino, un imprenditore italiano che vive da anni in Somalia. Marocchino è <<un punto di riferimento per imprenditori, giornalisti e per lo stesso contingente italiano>>[27], vive nel lusso in mezzo alla guerra civile e ha una specie di esercito personale. Alpi, come ogni volta che arriva in Somalia, rifiuta l’ospitalità e la sicurezza offerta da Marocchino, consapevole del fatto che la permanenza da lui significa un controllo assoluto in ogni movimento. Optano invece per un soggiorno all’hotel Sahafi, un posto sicuramente meno sicuro ma più libero.

Alpi è a Mogadiscio per seguire la partenza del contingente italiano, ma anche per cercare informazioni sui fatti di malacooperazione degli sperperi, collegati alla flotta Shifco. Per cercare queste informazioni va a Bosaso dove raccoglie testimonianze sconcertanti di medici e infermieri che le parlano di malattie causate da sostanze radioattive, marinai che hanno trovato dei fusti e poi sono morti, nessuno però ha il coraggio di renderle pubbliche davanti la telecamera. Ogni fatto conferma ciò che Ilaria ha sempre saputo. Non si fa fermare dall’omertà e continua le sue ricerche.

La società Shifco <<senza dubbio ha suscitato la curiosità professionale di Alpi ( lo provano i suoi taccuini). Non solo, è stata una delle ultime cose su cui ha indagato>>[28], inoltre Alpi il 15 marzo si reca con Hvrovatin, proprio negli stessi giorni del sequestro di un peschereccio della Shifco, la nave Farah Omar. Il sequestro è compiuto dai miliziani dei sultano e in cambio di riscatto. Nell’ultimo servizio Alpi rivela che la Farah Omar, apparentemente un inerme peschereccio, molto probabilmente trasporta armi di contrabbando per la fazione del Fronte di salvezza democratica, Ssdf, di Bosaso.

Alpi e Hvrovatin dal 16 al 20 marzo si trovano a Bosaso, l’agenda di questi giorni è ricca di incontri, prova del fatto che la deviazione per Bosaso non è stata casuale. <<Intervistano il Sultano di Bosaso, Moussa Bogor, e salgono sulla nave della Shifco in rada (dove fanno riprese e raccolgono testimonianza di alcuni marinai)>>[29], incontrano il direttore del porto di Bosaso, il capo dei servizi sanitari, Dardo Scilovich il rappresentante di Unosom in città e un esponente della ong italiana Africa 70.

Nell’intervista al sultano Alpi chiede dove si trova la Farah Omar, gli domanda se può vederla, parlano delle armi provenienti dall’Italia, dei rapporti con l’ingegner Mugne. L’intervista è strana, il sultano chiede più volte a Hvrovatin di spegnere la telecamera, i temi che affrontano sono delicati. Inoltre l’intervista subisce numerosi tagli dopo la morte dei due giornalisti, la sua durata reale è di circa tre ore, dopo la manomissione un terzo delle registrazioni sono andate perse.

Al ritorno percorrono la famigerata strada Garoe-Bosaso, infatti <<tra il materiale girato da Hvrovatin in quei giorni c’è anche un lungo filmato della strada che unisce Bosaso a Garoe, una strada costruita dalla Cogefar Impresit di Milano, la stessa ditta che aveva ristrutturato il porto di Bosaso>>. Questa strada inutile nel deserto per Alpi è il luogo depositario dei rifiuti tossici portati dall’occidente via cielo e via mare, attraverso i pescherecci. Sotterrati in cambio di finanziamenti, armi e munizioni ai leader locali.

Alpi il 20 marzo appena rientrata a Mogadiscio chiama la redazione del Tg3 affermando di avere, per l’edizione delle 19.00, <<cose grosse, ho un ottimo servizio>>[30].

Poche ore dopo la telefonata, Alpi e Hvrovatin sono uccisi da un commando armato di sette somali. Non è questa la sede per andare alla ricerca dei colpevoli, anche perché le prove con il passare degli anni sono stata sotterrate assieme alla verità.

Una morte senza colpevoli e senza verità, un amaro destino per chi come Ilaria amava la verità e di essa aveva fatto la ragione principale del proprio lavoro e della propria vita.

Alpi non ha avuto modo di terminare la sua inchiesta sulla mala cooperazione degli sperperi, qualcuno non glielo ha permesso. Il fatto che non sia concluso non è un buon motivo per dimenticare il grande lavoro che questa reporter ha compiuto.

Alpi ha subito l’estrema conseguenza di un mestiere sempre più difficile, ma non è stata di certo la morte a renderla una brava reporter. Il suo lavoro, la passione e la forza che ha dato al giornalismo, ai posti in cui si trovava come inviata. Questo l’ha resa una brava reporter di guerra in prima linea.


[1] http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-c946abce-ba5a-4b09-b1ab4256fcfa718c.html

[2] A cura di L. Pisano, cit., p. 57.

[3] http://www.ilariaalpi.it/index.php?id_sezione=3&id_notizia=80.

[4] B. Carazzolo, A. Chiara, L. Scalettari, Ilaria Alpi. Un omicidio al crocevia dei traffici, Milano, Baldini & Castoldi, 2002, p. 91.

[5] [5] http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-c946abce-ba5a-4b09-b1ab4256fcfa718c.html

[6] D. Biacchessi, Passione reporter, cit., p.15.

[7] http://www.youtube.com/watch?v=pygw_Ct3RoA

[8] ibidem

[9] http://www.ilariaalpi.it/index.php?id_sezione=3&id_notizia=80

[10] M. Candito, cit., p. 19.

[11] B. Carazzolo, cit., p. 92.

[12] http://www.youtube.com/watch?v=pygw_Ct3RoA

[13] ibidem

[14] ibidem

[15] ibidem

[16] B. Carazzolo, cit., p. 9.

[17] http://www.youtube.com/watch?v=pygw_Ct3RoA

[18] idibem

[19] ibidem

[20] M.Candito, cit., p. 27.

[21] ibidem

[22] B. Carazzolo, cit., p. 29.

[23] ivi, p.13.

[24] Ivi, p.80.

[25] M. Rizzo, F. Ripoli, Ilaria Alpi, il prezzo della verità, Ponte di Piave, BeccoGiallo, 2007, p. 71.

[26] B. Carazzolo, cit., p. 28.

[27] Ivi, p. 32.

[28] Ivi, cit., p.73.

[29] Ivi, cit., p.116

[30] Ivi, cit., p.138.

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