una #campagna194 per dire #maipiùclandestine

#maipiùclandestine

INIZIA LA #CAMPAGNA194 #MAIPIU’CLANDESTINE

per saperne di più, per firmare la petizione, per aderire:

maipiùclandestine.noblog.org

maipiu

Ieri, infuso di prezzemolo, ferri da calza, spilloni, cucchiaini, stampelle, pompe da bicicletta, voli dalle scale o dalle finestre, viaggi a Londra.

Oggi, ancora viaggi a Londra, trasferte in altre province o regioni, dosi massicce di Cytotec – un gastroprotettore che provoca contrazioni uterine -, soluzioni saline, finti medici, cliniche private.

In mezzo, una legge, la 194 del 1978, che tutela la libera scelta e la salute di tutte le donne garantendo il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza all’interno del sistema sanitario pubblico nazionale. Una legge che ha scontato, sin dalla sua nascita, uno scivolamento: dal diritto all’obiezione di coscienza dei singoli all’impossibilità per le strutture sanitarie di garantire l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza su tutto il territorio nazionale.

Le numerose soluzioni a questo problema proposte negli anni, tra cui l’istituzione di concorsi riservati ai medici non obiettori e la creazione di un registro dei non obiettori, sono finora cadute nel vuoto. Il risultato è che tra 5 anni la possibilità di accedere all’aborto dipenderà dal lavoro di solo 150 ginecologi non obiettori di coscienza in tutta Italia e tra 10 anni la legge sarà inapplicabile.

Nel nostro Paese, infatti, 7 ginecologi/e su 10 sono già obiettori/e di coscienza e quando, nei prossimi anni, quelli non obiettori andranno in pensione non ne subentreranno di nuovi, perché la paura di non poter accedere ad un percorso di carriera convince le nuove leve a dichiararsi obiettori a prescindere dalle proprie convinzioni.

Attualmente lo scarso numero di non obiettori si traduce in:

lunghe liste di attesa per le donne, che spesso portano le gravidanze al limite dei novanta giorni;

sovraccarico di lavoro dei medici non obiettori, che sono completamente assorbiti dalle interruzioni di gravidanza senza poter esercitare la professione nella sua completezza;

trascuratezza del servizio prestato (spazi insufficienti e degradati; lunghe ore di attesa; assenza di mediazione linguistica; tempi concitati in cui viene meno qualsiasi attenzione alla salute psicofisica delle donne);

aumento degli aborti nelle strutture private e quindi una evidente discriminazione economica.

Il rischio è che le donne tornino a morire d’aborto e che continuino ad essere criminalizzate per la loro scelta.

O c’è il diritto o c’è l’obiezione. Che fare? L’obiezione non si applica alle strutture sanitarie: tutti gli ospedali devono garantire il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza per tutte e quindi il servizio non può subire deficienze a causa degli obiettori di coscienza. I presidenti delle regioni hanno il dovere e la responsabilità di monitorare la corretta applicazione della 194. Se non svolgono questo compito devono essere soggetti al giudizio di tutte le donne e della cittadinanza.

Quest’appello non è una richiesta di sostegno ma una chiamata generale a portare avanti azioni e iniziative sui territori: nei consultori di quartiere, negli ospedali, nei centri di accoglienza, nelle piazze, nelle nostre case.

La libertà e la salute delle donne sono nelle nostre mani, riguardano tutte e ciascuna può portare questa lotta nei suoi luoghi. Come? Presidiamo, protestiamo, denunciamo con tutti gli strumenti che abbiamo e in tutte le forme di cui siamo capaci.

MAI PIU’ CLANDESTINE

#DegneDiNota

La collusione con il potere maschile ha un costo, per questo apprezzo davvero chi si sottrae a questa logica e decide di denunciarla pubblicamente.

L’ha fatto Celeste Costantino, parlamentare, in un articolo pubblicato sul Manifesto.
L’ha fatto Iaia Calvio, ex sindaca di Orta Nova, in un comizio pubblico nella piazza della sua città.

L’aveva fatto prima di loro Giusi Nicolini, sindaca di Lampedusa.
Come hanno fatto anche altre donne di partito e amministratrici pubbliche.

Sono (anche) queste le “piccole” rivoluzioni quotidiane che ci rendono libere.

Chi “ha paura” di nominare la violenza?

Grazie alle donne di Catanzaro (e non solo) che si stanno mobilitando per questo!

#OgniBambinaSonoIo

La Terza Sezione penale della Corte di Cassazione, il 15 ottobre 2013, ha annullato la sentenza con la quale la Corte d’Appello di Catanzaro, nel 2011, condannava un sessantenne, addetto ai servizi sociali del comune di Catanzaro, per aver abusato di una bambina di undici anni che gli era stata affidata. Fra i motivi dell’annullamento, la Corte rimanda alla sentenza d’appello, che avrebbe disconosciuto (in via considerata troppo generica) la possibilità di concedere le attenuanti relative ‘alla minore gravità del fatto’.

Noi avvertiamo l’urgenza di prendere la parola per nominare, e denunciare, l’insopportabile attacco che viene mosso alla nostra libertà, alla giustizia ma, soprattutto, ad una bambina di 11 anni. Quali sono le ‘attenuanti’ che la Corte d’Appello di Catanzaro avrebbe trascurato di considerare? Secondo la Cassazione il consenso della vittima e la circostanza che i rapporti sessuali si erano innestati nell’ambito di una relazione amorosa. Questo perché, l’atto…

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ci siamo per dire che ci riguarda

laboratorio donnae

556826_4963526294425_2020845352_nQuesta mattina presso il Tribunale di Pesaro si è tenuta la prima udienza del processo per l’aggressione a Lucia Annibali, che vede imputato il suo ex fidanzato, Luca Varani, e due uomini di origine albanese,  Rubin Ago Talaban e Altistin Precetaj. […] All’uscita dal Tribunale, Lucia Annibali, nascosta da occhiali e cappello, è stata accolta da tante donne accorse per mostrare solidarietà a lei che ormai è diventata un simbolo per tutte quelle donne che combattono contro l’”amore malato” dei loro compagni. 

Comunicato dell’Udi di Pesaro

Questa mattina al sit-in davanti al Tribunale di Pesaro noi c’eravamo, con la consapevolezza di partecipare a fianco di Lucia ad una giornata terribile. La rappresentazione della giustizia ha avuto il suo corso, ma con Lucia in quell’aula del tribunale c’eravamo anche noi a ricordare il femminicidio.

L’abbiamo vista all’uscita, nel suo cappotto rosso, un timido saluto, un’esile figura che emergeva tra la scorta…

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VOGLIAMO ESSERCI E DIRE CHE CI RIGUARDA

Lunedì 9 dicembre 2013, Pesaro, presidio davanti al Tribunale, in Piazza Carducci dalle ore 9 alle ore 13

Invitiamo a partecipare chiunque voglia portare la propria solidarietà a Lucia e dire stop al Femminicidio

A otto mesi dall’attentato si avvia l’iter giudiziario che vede Lucia davanti a coloro che sono accusati di esserne gli autori. Saremo di nuovo davanti al Tribunale per dire a Lucia che ciò che avverrà lì dentro non riguarda solo lei, perché anche noi, come in ogni caso di femminicidio, ci sentiamo parte lesa. Continua a leggere

Se non posso ballare, allora non è la mia rivoluzione

deborah

E’ diventato così normale accendere il pc e avere accesso a storie che spesso non riusciamo a coglierne l’importanza e il senso.

Per far capire meglio quello che intendo dire porto l’esempio di una donna, Deborah Cohan.

Deborah ha 44 anni, è una ginecologa specializzata nella cura di donne incinte con HIV a San Francisco. Ha due figli piccoli e ora è ricoverata per un tumore al seno nello stesso ospedale dove lavora.

In questi giorni per milioni di persone Deborah è la donna che, in camice e cuffia, balla in sala operatoria sulle note di Get Me Bodied di Beyonce. Continua a leggere

Riflessioni sul senso di essere in piazza il 25 novembre

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Come ogni anno, anche per questo 25 novembre sono scesa in Piazza del Popolo con le donne dell’UDI di Pesaro.

Le scorse settimane mi sono fermata a riflettere su come volevo andarci, con chi, da chi mi volevo far vedere e sentire. Mi sono data alcune risposte da sola e poi mi sono confrontata con le altre. Insieme abbiamo pensato e organizzato la nostra presenza pubblica, curandola nei particolari. Abbiamo colorato di rosso le scarpe, abbiamo scelto i brani da leggere, abbiamo scritto il volantino. Continua a leggere